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La parola crea l'universo. La forza creatrice della parola non
appartiene solo a quella singolare parola creatrice divina, che all'inizio creò
il cielo e la terra. Ogni parola umana crea. Sì, anche le nostre parole
- inflazionate, imbruttite, logorate all'arida quotidianità - mantengono
- la forza di creare un universo. Quando la parola assurge alla dignità poetica,
essa riacquista la forza dell'anastasi, dalla resurrezione e dalla stessa
creazione. Poesia deriva dal verbo greco poiéo, che significa appunto "fare".
Ce lo ricorda il nostro Torquato Tasso: "Non merita il nome
di creatore se non Iddio e il Poeta".
"Come l'immaginazione crea forme di cose sconosciute, la penna
del poeta dà loro una foggia e ne conferisce abitazione e nome a un nulla
evanescente", ebbe a scrivere un altro sommo poeta, William Shakespeare.
La forza della parola poetica sta nel porre un fatto, un sentimento
o un'emozione in un modo reso possibile dalla realtà insita nell'ispirazione
poetica. E mentre lo scienziato spiega la realtà dei modelli analitici
che analizzano gli aspetti della materia sulla base di parametri, di costante
e di postulati, il poeta ne sintetizza il senso lasciando che sia la parola stessa
a decifrare il reale. Lo scienziato è economo del mondo; il poeta
ne è invece il contemplativo.
Ogni esperienza poetica nasce da un'aspirazione e mira a una sintesi.
Anche il materialista se dovesse scrivere un'opera poetica, dovrebbe
Abbandonare la sua riduzione unilaterale della realtà, e dovrebbe confessare
Che lo spirituale vale più del sensibile, in quanto il sensibile viene orientato
Ad esprimere e simboleggiare lo spirituale. Alla fine è costretto a riconoscere che quanto scrivere è un altro mondo: è il mondo dello spirito, quello
Invisibile agli occhi fisici, quello contemplato dell'anima.

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